martedì 20 febbraio 2018

Ansia: quali vantaggi psicologici presenta?


Per ansia si intende l’immobilizzazione nel presente a causa di ciò che succederà o non succederà nel futuro.

L’ansia naturalmente non va confusa con i progetti per il futuro: se abbiamo dei progetti e ci stiamo dando da fare per raggiungerli e migliorare il nostro futuro, è chiaro che non è il caso di parlare di ansie e di preoccupazioni. Quando invece un qualcosa che appartiene al futuro ci paralizza adesso, nel presente, allora si può parlare di ansia.

I comportamenti ansiosi

Numerosi sono i comportamenti ansiosi legati alla nostra cultura. Ne farò qualche esempio tipico. Le frasi messe nelle parentesi sono quelle con cui si suole giustificare la propria ansia:

“Io entro in ansia riguardo…”

La mia salute (“Se non me ne curo, potrei morire in qualsiasi momento!”)

Il mio lavoro (“Se non me ne preoccupo, potrei perderlo”)

La situazione economica(“Visto che non se ne cura lo Stato, qualcuno dovrà pure preoccuparsene no?”)

I miei figli (“Tutti si preoccupano dei figli. Non sarei un bravo genitore se non me ne dessi pensiero no?”)

Gli incidenti (“Ho sempre il pensiero che a mio marito accada un incidente. Se ne sentono sempre all’ordinne del giorno!”)

La morte (“Tutti hanno paura della morte, tutti se ne preoccupano. Non sono mica il solo!”)

Il parlare in pubblico (“Mi blocco, e come se entrassi in uno stato di confusione. Mi si annebbia la mente e non so più quello che devo dire”)

E la lista, ovviamente, potrebbe continuare ancora a lungo.

Per eliminare l’ansia è necessario comprenderne il motivo. Mi spiego meglio: se l’ansia occupa una gran parte nella nostra quotidianità, ha altresì numerosi precedenti che la motivano. Andiamo allora ad osservare quali vantaggi psicologici presenta la scelta dell’ansia.

I vantaggi psicologici dell’ansia

Fuggire dal presente: se passiamo il tempo nell’immobilizzazione su qualcosa che appartiene al futuro (pensiero ansiogeno), stiamo cercando di sfuggire al presente e a tutto ciò che nel presente ci disturba.

Si evita di correre dei rischi: se mi occupo dell’ansia e della mia preoccupazione, come posso agire? Una lamentela che si sente spesso infatti è quella del tipo: “Non riesco proprio a fare nulla, sono troppo preoccupato di… o in pensiero per…”. Questo è un lamento molto frequente nella gente comune che ha il vantaggio, naturalmente, di mantenere tutto uguale, di tenerci immobili e di evitare il rischio che comporta invece agire e quindi cambiare.

Sono buono: grazie alla mia ansia mi posso sempre etichettare come persona che se la prende a cuore. Così le mie ansie dimostrano che sono un buon genitore, una buona moglie, una buona  figlia, insomma un buon tutto.

L’ansia è un alibi a portata di mano per alcuni comportamenti autodistruttivi: se per esempio sono già sottopeso, non c’è dubbio che mangio ancora meno quando sono in ansia e preoccupato; ho in questo modo un motivo in più per tenermi le mie ansie. Lo stesso vale per il vizio del fumo: fumo di più quando sono in ansia per qualcosa, quindi mi tengo le mie preoccupazioni per fare a meno di smettere di fumare. Questo meccanismo nevrotico funziona anche nel campo della salute, degli affetti, del lavoro, delle relazioni, etc. L’ansia ci permette di evitare un cambiamento, perché è più facile preoccuparsi dei dolori che provoca una gastrite, piuttosto che correre il rischio di conoscerne le cause psicologiche e agire direttamente su queste.

Le mie ansie mi impediscono di vivere: una persona preoccupata, ansiosa, non vive, resta immobile. Una persona attiva si dà invece da fare, vive ogni giorno con intensità e affronta il nuovo con coraggio. L’ansia è una scusa formidabile per non fare nulla, perché è più facile preoccuparsi, che non agire.

L’ansia può determinare sintomi fisiologici come ulcere, ipertensioni, nausee, emicranie, mal di schiena e simili. Anche se questi non sembrano dei veri e propri vantaggi, ci fanno diventare oggetto di una considerevole attenzione altrui e giustificano molta autocommiserazione. Più di star bene si preferisce farsi compatire.


Cristiana Milla, psicologa e psicoterapeuta. 

Dal sito: www.quipsicologia.it 

lunedì 12 febbraio 2018

La paura: il respiro bloccato


Ci immobilizziamo di fronte a degli eventi, rimandiamo scelte, produciamo una miriade di pensieri per giustificare, allontanare o aggirare l’ostacolo. 
Cosa c’è dietro questo comportamento evitante?
Cos’è la paura
Il funzionamento della paura è necessario alla sopravvivenza, fa parte del bagaglio evolutivo che nei secoli i predecessori hanno testato per noi: una grande eredità che ci appartiene. Un vero e proprio meccanismo di difesa attivo dalla nascita, presente in tutti noi.
Essendo un’emozione fondamentale alla sopravvivenza ad essa è collegata un’attivazione neurofisiologica istantanea: aumento battito cardiaco, muscolatura tesa, respiro mozzato, secrezione di adrenalina, calo della soglia del dolore, aumento delle percezioni sensoriali.
La differenza tra paura e fobia risiede nella minaccia che nel primo caso è reale, nel secondo caso è solo nella nostra testa.
Come nasce 
Dietro ogni paura c’è qualcosa di già vissuto, qualcosa che spesso non sta in superficie, una traccia di memoria che dal passato arriva nel nostro presente e tiene attiva la paura in ogni momento della giornata, compromettendo le future relazioni e dunque, il benessere psicofisico e la qualità di vita.
– Ambiente allarmante
Un bambino che cresce in un ambiente familiare ansiogeno, atmosfera di continua paura ed allarme;
– Rigidità dei genitori
Iperprotezione, ambiante ristretto, regole rigide;
– Stress post-traumatico
Un evento traumatico altera le percezioni successive, tutto ciò che accade provoca ansia.
Sono tre situazioni diverse, tutte con il medesimo risultato: chiusura del campo visivo ai soli stimoli legati all’esperienza traumatica. Esempio classico l’incidente d’auto, in seguito ad esso presteremo attenzione solo alla strada, mani sul volante, tensione muscolare.
Come si manifesta 
Freeze-Fight-Flight: congelati, combatti o fuggi. Sono queste le tre reazioni di fronte alla paura di uomini e animali.
  • Congelarsi: la persona resta ferma e non affronta le situazioni, chiude le porte della comunicazione, si immobilizza per non sentire la paura e resta nel suo mondo negando completamente la realtà;
  • Combattere: in questo caso abbiamo un comportamento costantemente pronto all’attacco, arrabbiato, aggressivo, cinico, in continua discussione, polemico, associa la paura alla fragilità e non l’accetta;
  • Fuggire: un tipico atteggiamento di chi trova scuse e giustificazioni, non affronta la paura evitando ogni responsabilità, fa e dice mille altre cose pur di non agire.
Cosa altera 
  • PENSIERI: pensieri ripetitivi, continue analisi ed interpretazioni, ogni stimolo viene filtrato dalla paura;
  • EMOZIONI: rabbia, frustrazione, pericolo imminente, mancanza di fiducia;
  • SISTEMA FISIOLOGICO: di fronte alla paura tiriamo un respiro che resta bloccato, sistema immunitario debole per il troppo consumo di energie, stomaco contratto;
  • POSTURA: movimenti lenti, rigidità posturale, spalle tese e chiuse, espressione fissa, occhi sbarrati.
Rischi
La paura constante chiude la possibilità di nuove storie, nuove esperienze ed emozioni:
– congelarci rende ogni relazione statica, mai profonda e spesso fragile; 
– evitare non ci permette una vita piena;
– combattere consuma le nostre energie.
In casi prolungati la reazione del nostro organismo è lo stress, in ultimo il fastidioso campanello dell’ansia che può portare ad attacchi di panico.
Cosa possiamo fare?
Innanzitutto, accettare la paura non è segno di debolezza né di sconfitta. Un aspetto fondamentale è non colpevolizzare i genitori: ognuno di noi porta in sé una storia che va accettata e rispettata, e dobbiamo staccarci da questa e camminare con le nostre gambe.
Attraversare più e più volte l’esperienza che scatena la paura per creare nuove tracce di memoria nel presente, lasciandoci il passato alle spalle.
Lavorare sull’allentamento della muscolatura attraverso la respirazione profonda, aprire le sensazioni e riprendere un contatto profondo in pieno benessere.
Tutti possiamo imparare a riconoscere la paura, ma prima, dobbiamo accettarla.

venerdì 2 febbraio 2018

COSA ACCADE DURANTE UN ATTACCO DI PANICO: PAURA IMPROVVISA, IL PENSIERO DI MORIRE



Cosa accade durante un attacco di panico ? Le prime volte che una persona vive un attacco di panico, di solito si spaventa molto, dato che si tratta di un’esperienza strana, inattesa, intensa, spiacevole, spesso accompagnata dalla paura di perdere il controllo, di svenire, di morire o di impazzire. Con il ripetersi degli attacchi, inoltre, si comincia ad avere paura che la volta successiva,  possa essere peggiore. In ogni modo, gli attacchi continuano ad essere estremamente spiacevoli e sono pochi coloro che riescono a condurre una vita normale o gestire il panico, senza una tecnica e un metodo. Il panico è un disturbo d’ansia, che puoi capire, gestire, allenandoti in piena autonomia. Ricorda che per controllare ansia e panico, bisogna apprendere e poi mettere in pratica con regolarità e costanza, alcune abilità come il rilassamento, l’esposizione graduale o attraverso un lavoro terapeutico, lavorando non sui sintomi ma sui significati che essi rivestono. Il successo del programma dipende più dalla tua motivazione a cambiare, dal tuo impegno, che dalla gravità del panico o dall’evitamento, dalla loro durata, dalla tua età.

COSA ACCADE DURANTE UN ATTACCO DI PANICO: NATURA DEL PANICO

Chiedersi cosa accade durante un attacco di panico, oggi giorni, credo sia alquanto spontaneo visto la quantità di persone che soffrono d’ansia. Un attacco di panico si ha quando una persona diventa in un breve tempo, molto spaventata o molto ansiosa, o molto a disagio in una situazione nella quale, la maggior parte delle persone non avrebbe paura o malessere. Partiamo dal presupposto che il panico raramente si presenta senza fattori scatenanti, basti pensare come il primo attacco solitamente si scatena a ridosso di una forte pressione emotiva o quando si è malati fisicamente o quando si è stanchi, esauriti, o depressi. Questo per dire che è molto raro che il primo attacco ti si manifesti se vivi una vita felice, sicura e in assenza di fattori stressanti. Pensa, ad esempio, quando capita qualcosa, e cerchi spiegazioni, vuoi capire cosa o perché determinate cose sono successe; la stessa cosa vale e accade quando si ha un attacco di panico.  Si vuole capire, purtroppo però la maggioranza delle persone commette un errore comune. Quale? Sorvolare le cause reali scatenanti il panico, ricercando e attribuendo alla situazione, nella quale è iniziato, la causa del malessere provato. Si attiva inconsciamente nel pensiero della persona, una successione collegata ad una causa-effetto: è successo in quella situazione ed è, quindi, colpa della situazione in cui ero.
Questa deduzione, porta per lo più lo sviluppo di paure situazionali e quindi all’evitamento di specifici luoghi o momenti. È importante per chi soffre di agorafobia e di panico, capire che per alleviare questi attacchi, si deve rompere i legami tra attacchi di panico e le situazioni evitate. Ricorda sempre che la paura primaria di un attacco di panico è l’ansia, la secondaria è la paura di luoghi e situazioni.

COSA ACCADE DURANTE UN ATTACCO DI PANICO: COME O COSA FARE

Dopo aver compreso cosa accade durante un attacco di panico, è fondamentale capire che esso non può esser risolto completamente, se non con un lavoro terapeutico, ma non abbatterti, perché potresti imparare a gestirlo allenandoti su alcune tecniche (tecnica della esposizione con immaginazione, tecnica della respirazione lenta). Comunque i trattamenti per gestire l’avvento di un attacco possono essere molteplici; tecniche di rilassamento muscolare progressivo o isometrico, questo potrebbe essere un buon metodo, o ancora la tecnica del respiro lento, o la tecnica dell’esposizione graduale. Ricorda però, questi sono solo aiuti per gestire o alleviare quei momenti dolorosi e paurosi di un attacco di panico, ma non li fanno scomparire. Una terapia con un professionista, invece, sarà il modo migliore per combattere definitivamente il disturbo. 

Giada Ave Psicologa

Dal Sito: psiche.org

Perchè la paura delle malattie


La paura delle malattie, meglio definita come ipocondria, è il timore infondato di avere malattie gravi non diagnosticate. Questa ipersensibilità ai segnali che provengono dal corpo nasconde invece una sorta di minaccia di punizione per una colpa inconscia, che è quella di vivere in una condizione di interminabile apparenza. Ma vediamo meglio cosa vuol dire.

Un individuo soffre di questa paura se…

Evidenziamo quali sono le caratteristiche di chi soffre di ipocondria:

Ha costantemente il timore di potersi ammalare.

Ne ha sempre una e non si sente mai in forma e in uno stato di benessere.

Avverte spesso sintomi e doloretti strani.

Nessuna visita medica o esame specifico lo convince o lo rassicura.

Avverte anzi l’esigenza di consultare più di un medico e di fare analisi più che approfondite.

A ogni sintomo cerca notizie e fa continuamente autodiagnosi.

Quando sente parlare di qualche malattia se ne sente addosso i sintomi.

Ipocondria: paura di morire o paura di vivere autenticamente?

Come ho già messo in evidenza in altri articoli sul tema della paura, una fobia è la paura e l’ansia di fronte a qualcosa che sta per qualcos’altro. Si ha paura di una certa cosa, eppure il vero oggetto della paura è un’altra cosa che è il referente (l’oggetto riferito) della prima. Ciò accade naturalmente sia per nascondere il vero oggetto che fa paura, perché può essere molto doloroso prendere consapevolezza di questa paura, sia perché l’oggetto della paura è in realtà un simbolo che ha la funzione di rappresentare una molteplicità di eventi e vissuti riconducibili all’oggetto di cui si ha effettivamente paura.

Nel caso dell’ipocondria, la paura di dover morire fa sentire più acutamente le contraddizioni della vita e quindi il non-vissuto, il non avere ancora realizzato, Più semplicemente: “la paura di morire mi fa percepire che non ho ancora realizzato me stesso, che non ho espresso chi sono veramente”. Per questo motivo ho paura di morire prima di aver compiuto, realizzato pienamente la mia vita.

Il non avere realizzato mette fretta. Per cui l’imminenza della morte (sempre in agguato) sta in un rapporto prediletto con l’individuazione, che vuol dire realizzare pienamente se stessi (auto-realizzazione di Jung). Mediante l’idea della morte, infatti il soggetto può non più mentire a se stesso, fino ad aprirsi alla coscienza dei propri autentici bisogni e desideri. In questo senso, il pensiero della morte può possedere un intrinseco significato positivo di svelamento, di espressione autentica di se stessi.

Ripartire da se stessi

Solitamente, senza l’aiuto e il sostegno di un percorso psicoterapeutico, non è facile mettere in evidenza questo conflitto che è alla base dell’ipocondria: paura di morire vs. paura di vivere autenticamente. Attraverso un lavoro interiore si giunge a comprendere le cause, la natura, le funzioni, i bisogni che soddisfano ognuna di queste parti in conflitto. Solo dopo è possibile l’accettazione e l’attuazione di una trasformazione.

E’ utile quindi Imparare ad accogliere il sintomo con meno paura e curiosità, come la visita inattesa di un amico. Ci sta dicendo qualcosa di noi. Superare una paura vuol dire accedere a una nuova consapevolezza, riuscire a fare nostri gli aspetti di noi che rifiutiamo, accettare ciò che ci sembra inaccettabile. Quando una paura scompare, vuol dire che dentro di noi qualcosa è accaduto: abbiamo acquisito una nuova sicurezza e abbiamo fatto un gradino nel nostro percorso di crescita.

Cristiana Milla, psicologa e psicoterapeuta. 

Dal Sito: quipsicologia.it 



L'ansia dei momenti difficili

Ci sono situazioni e periodi bui nei quali l’ansia può impadronirsi della nostra vita e dobbiamo conviverci: anche in questi casi, è possibile ridimensionarla.



Da sempre diciamo che l’ansia va accolta e compresa, che questa è l’unica strada per curarla davvero. Ma ci sono situazioni di vita, immodificabili quantomeno per un certo periodo, che procurano un’ansia che non è possibile far passare, situazioni nelle quali un’atmosfera minacciosa o un evento drammatico mettono in allerta tutto il nostro essere: può essere una contingenza economica spiacevole, o la malattia di un familiare. Si può dire anzi che in questi casi non provare alcuna ansia sia patologico e rivela un distacco dalla realtà.

Conviverci non significa arrendersi

Se però questo tipo di ansia si “deposita” su un soggetto già ansioso per natura, rischia di portarlo a livelli di stress così elevati che alla fine esso non riesce ad affrontare la situazione specifica, oppure lo fa ma con un enorme dispendio energetico e comunque occupandosi principalmente della sua reazione psicologica.  Ecco dunque la necessità di imparare a convivere con l’ansia dovuta ad alcune situazioni “obbligate”, togliendo quella inutile quota in più che può fare grossi danni e spingerci nel tempo a crisi più acute.

Le situazioni scatenanti


- Precarietà economica
- Malattie gravi proprie o dei familiari
- Spettri di licenziamento, disoccupazione
- Atmosfere familiari (separazioni non consensuali)
- Atmosfere collettive attuali (ad es. venti di guerra, terrorismo, vivere in quartieri malfamati)
- Professioni ad alto rischio di stress (ad es. agenti di polizia, guardie, medici chirurghi)

I rischi che si corrono

  • Assenza di riposo, stato di allarme cronico
  • Frustrazione continua e logorio con rischio di depressione
  • Pensieri ossessivi sull’evento ansiogeno
  • Atteggiamento ipercinetico e logorroico
  • Comportamenti di evitamento e scelte non libere
  • Sintomi fisici (palpitazioni, debolezza, tremori, tensioni muscolari, cefalea…)
  • Difficoltà ad affrontare la situazione che crea ansia, con creazione di nuova ansia

I consigli utili

- Cerca l’obiettività. Non mettere in campo una reazione soltanto emotiva all’evento, per quanto forte. Cerca di capire, con l’aiuto di qualcuno non coinvolto, se ci sono margini reali di miglioramento o di cambiamento della situazione. Spesso ci sono.

- Crea il miglior assetto. Lucidamente, ancora con l’aiuto di qualcuno, ottimizza più che puoi gli aspetti che ti fanno sentire più sicuro e meno ansioso. Al contempo, non fare lo spavaldo e rispetta i tuoi limiti emotivi di questo momento.

- Vivere l’ansia con consapevolezza. Quest’ansia non va negata, ma vissuta per ciò che è realmente. Eventualmente attraverso una psicoterapia mirata (6-8 incontri) si impara a separare l’ansia oggettiva, naturale, da quella aggiunta in eccesso.

- Non identificarti. Se hai un’indole ansiosa potresti facilmente identificarti o con l’ansia in eccesso o col problema che la produce. Sviluppa uno sguardo distaccato, osservatore, panoramico. Gestirai molto meglio la situazione.

- Metti il corpo in primo piano. Aggancia l’ansia al corpo con esercizi fisici quotidiani (basta che ti piacciano) e dalle forma con disegni, scritti, fotografie. Portare l’ansia al di fuori e “vederla” ha sempre un effetto calmante.


Dal Sito: www.riza.it

Il coraggio ci rende più grandi della paura


Osho diceva che prima di tutto c’è il coraggio e tutto il resto viene dopo. Poi c’è la sincerità, quando richiede uno sforzo. Dopo c’è l’amore, quando le circostanze si mostrano avverse. Poi la fiducia, quando qualcuno ci delude. Poi vengono il costume e l’audacia dell’investigatore per esplorare la realtà che lo circonda, che ci circonda.

Beh, in realtà il coraggio può essere un grande inizio, ma la verità è che non tutto il resto viene dopo. C’è sempre qualcosa che viene prima. Questo qualcosa è la paura. Perché sono pochi i coraggiosi senza paura, senza miglioramento, senza presumere indirettamente una sconfitta. Possiamo dire, dunque, che la paura è la forgiatura dei coraggiosi in una notte fredda in cui si è assaliti dai dubbi.

“Le difficoltà non impediscono di osare, è il non osare che genera le difficoltà.”
-Arthur Schopenhauer-

La paura e il coraggio scorrono negli eroi di tutti i giorni

Una paura che appare quando dobbiamo dire a un amico che gli abbiamo mentito, che siamo stati noi che una volta abbiamo parlato male di lui. Che siamo stati noi che abbiamo emesso giudizi affrettati, che lo abbiamo scoraggiato quando ci raccontava quel sogno che lo eccitava così tanto. La verità è che ci costava molto immaginarlo senza i soliti scherzi, spogliarlo dei suoi difetti più comuni e pensare che avrebbe potuto lavorarci su affinché non costituissero un ostacolo insormontabile. Aveva fallito così tante volte che avevamo smesso di dargli un’opportunità.

Una paura che appare quando qualcuno cambia la frequenza con cui batte il nostro cuore. Farfalle illuminate che soffocano le parole che non riescono a uscire dalla nostra bocca. Nella nostra dichiarazione, senza volere, mettiamo sempre parte del nostro orgoglio, e cerchiamo di mettere il meglio di noi. Immaginiamo mille volte la situazione e non vogliamo per niente al mondo che ciò che nasce dalle nostre viscere cada a terra. E non v’è nessun altro luogo, diverso da una dichiarazione d’amore, nel quale si uniscano in questo modo la speranza, la preghiera e la richiesta.

Un sospetto che viene quando tradiamo noi stessi. Qualcuno che camminava accanto a noi scompare e porta con sé un sacco di liste che avevamo stilato insieme e anche quelle che avevano stilato noi… Per conto nostro e a nostro rischio. Se le porta via e in parte ci lascia nudi, perché qualsiasi foglio su cui scriviamo a partire da adesso sembra diventare opaco nel credere in ciò che scriviamo. E diciamo no, mille volte no, arrabbiati perché non vogliamo risalire per poi cadere all’improvviso. Forse in fondo regnano la noia e l’apatia, ma almeno mascherano il dolore meglio di un sorso di gin alle due del mattino.

Trema la donna che dice alla sua amica che ha raggiunto una posizione che non avrebbe mai immaginato. Che quello che era iniziato come una minaccia accompagnata da un sorriso sinistro, ora è un insieme di colpi che formano un buco, nero, dal quale i raggi solari si tengono sempre più a distanza.

Ora è come quella donna di cui parla il telegiornale con il volto truccato per le percosse, quella da cui ha sempre preso le distanze perché non accettava che un giorno avrebbe potuto trovarsi nella medesima situazione. Sente di aver tradito tutte le persone che le stavano attorno, una per una, perché non scoprissero il motivo della sua insonnia. Il tutto per un amore che, diventato pantano, aveva già inghiottito il suo corpo e stava per strangolare la sua anima.

Parla poco, guarda in basso, perché riesce a malapena a verbalizzare situazioni più grandi di lei. Non sa cosa ha fatto perché i suoi compagni le facciano lo sgambetto quando passa, diano calci al suo zaino o riempiano il su panino di sabbia. Non conosce parole per dire alle persone a cui vuole più bene che il figlio di cui tanto si vantano è un bambino triste che vive tra minaccetroppo grandi per lui.

Piange la donna che deve tornare a casa e dire alla sua famiglia che l’hanno appena licenziata. Piange anche il suo amico d’infanzia che da due anni è in cerca di lavoro e sulla sua strada ha trovato solo persone interessate ad approfittarsi della sua sventura, che è rimasto con quei risparmi ora amministrati con la paura che un giorno molto vicino finiscano. Un giorno che, se continua così, arriverà presto. Domani sia lei che lui usciranno, curriculum in mano, e poco o nulla varrà la loro esperienza, perché serve solo ai giovani che non ce l’hanno, ma forse avranno fortuna, o meglio, giustizia.

Coraggio: intelligenza, prima che audacia

La verità è che siamo circondati da coraggiosi, silenziosi, gentili, integrati. Siamo anche circondati da persone che possono esserlo se per un momento offriamo loro le nostre risorse. Il nostro tempo, i nostri desideri, le nostre speranze, la nostra voce e le nostre parole. Se diciamo che crediamo in loro e non smettiamo di dar loro opportunità di riscatto.

Prima del coraggio c’è la paura, e tra i due, tra lo stimolo e l’atteggiamento, c’è l’intelligenza. Poiché la maggior parte dei coraggiosi, almeno quelli che sopravvivono, hanno una certa dose di audacia, ma hanno una quantità ancora maggiore di intelligenza. Un’intelligenza che non ha nulla a che fare con il chiudere gli occhi e saltare nel vuoto, ma con l’aprirli per portare consapevolezza nei momenti più critici. Il coraggio consente la creatività, la liberazione dell’intuito e la riflessione di quei messaggi che nascono dai nostri istinti.

Dal coraggio intelligente nasce l’orgoglio e uno sguardo distinto verso la paura, verso la quale non si perde il rispetto, ma che viene vista in un altro modo. Smette di essere il nemico per diventare un alleato, un segnale di avvertimento che indica i punti su cui forse dovremmo mettere un punto di prudenza. Questo non significa che essi ci fermino, ma che facciamo una breve sosta per rivalutare la situazione.

Coraggiosi intelligenti popolano il mondo, parlando, sostenendo e alimentando la loro fede al di sopra quello che gli altri possano pensare… E lo fanno semplicemente perché pensano che quello che vogliono vale più la pena rispetto alla paura che gli può infondere l’ostacolo che li aspetta.

“Dobbiamo conoscere il nemico”
-Sun Tzu-

Dal Sito: lamentemeravigliosa.it 

Attacchi di panico: cosa fare


Gli attacchi di panico sono un disturbo piuttosto frequente che si manifesta con disagio fisico e psichico, dalla durata limitata nel tempo ma con effetti di elevata gravità. I sintomi degli attacchi di panico si presentano in maniera improvvisa.

La sindrome può essere distinta in due gruppi:

l’attacco di panico vero e proprio, che consiste appunto nella comparsa di intensa ansia, disagio e paura;
il disturbo di panico, che consiste nella ripetuta comparsa di singoli attacchi e di cambiamenti del comportamento, per evitare di trovarsi di nuovo nella situazione che ha scatenato il malessere.

Il disturbo è piuttosto frequente: secondo i dati degli studi epidemiologici, l’11% della popolazione soffre di un attacco di panico una volta all’anno. Nella maggior parte dei casi, la problematica scompare in modo naturale e potrebbe anche non manifestarsi più nel resto della vita. In alcune manifestazioni, tuttavia, gli attacchi si ripetono e insorge il vero e proprio disturbo, che interessa il 2-3% della popolazione generale ogni anno.

A soffrire di attacchi di panico singoli o ripetuti sono, nella maggioranza degli episodi, le donne. Vediamo quali sono i sintomi di questo disturbo e che cosa fare.
Attacchi di panico: i sintomi

I sintomi di questo disturbo possono essere raccolti in un gruppo di tredici. Dal punto di vista medico, si parla di attacco di panico quando il paziente soffre di una improvvisa paura o ansia, oppure di un malessere generale, almeno 4 dei 13 segnali di seguito riportati:
paura di essere sul punto di morte;
sensazione e paura di perdita del controllo o di impazzire
distacco dalla realtà;
dolore al petto;
sensazione di vertigine o di svenimento, in altre parole il “sentirsi mancare”;
senso di mancanza d’aria o di vero e proprio soffocamento;
eccesso di caldo o, al contrario, brividi di freddo;
mal di pancia e senso di vomito;
formicolio a gambe e braccia o anche mani e piedi;
battito del cuore accelerato;
respiro corto;
alterazione della sudorazione;
tremore muscolare.

In alcuni casi, l’attacco si manifesta in pazienti che già soffrono di disturbi psichici, ma molto spesso si verifica e non si ripete, senza alcun motivo noto.
Che cosa fare

L’intervento del medico è necessario nel caso di disturbo da panico. Le possibilità sono molte e dipendono dallo stato del paziente, nonché dalle eventuali motivazioni che possono scatenare gli attacchi di panico.

Il medico dovrà anche escludere la presenza di malattie che possono causare l’insorgenza di uno stato di ansia intenso. In alcuni casi, potrebbe essere prescritta la terapia con alcuni farmaci come gli antidepressivi o gli ansiolitici quali le benzodiazepine, o anche entrambi. A supporto della terapia con queste medicine è anche indicata la psicoterapia.

L’intervento del medico è sempre necessario quando l’attacco di panico si ripete nel tempo, mentre un singolo evento di solito non è causa di preoccupazione, ma andrebbe in ogni caso riferito allo specialista di medicina generale.
Durante l’attacco di panico

Nel corso di un attacco di panico può essere utile:
respirare profondamente;
riconoscere l’attacco di panico;
cercare di rilassare i muscoli;
parlare e chiedere aiuto – eventualmente anche telefonicamente al medico o al servizio di soccorso – in genere aiuta a tornare alla realtà.

venerdì 26 gennaio 2018

Cos’è la Mindfulness



Il termine Mindfulness è la traduzione in inglese della parola “Sati” in lingua Pali, che significa “attenzione consapevole” o “attenzione nuda”.

L’idiogramma cinese per “mindfulness” è “nian” (念) che è la combinazione di due caratteri diversi, ognuno dei quali ha il suo significato. La parte superiore dell’idiogramma significa “adesso”, mentre la parte inferiore significa “cuore” o “mente”. Letteralmente l’idiogramma completo indica l’atto di vivere il momento presente con il cuore.

Secondo la definizione di Jon Kabat-Zinn, Mindfulness significa “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante” (1994, p. 63).

Si tratta cioè di dirigere volontariamente la propria attenzione a quello che accade nel proprio corpo e intorno a sé, momento per momento, ascoltando più accuratamente la propria esperienza, e osservandola per quello che è, senza valutarla o criticarla.

La pratica di questo particolare “atteggiamento della mente”, che possiamo definire anche “consapevolezza”, deriva dal buddismo theravada, una delle due maggiori correnti del pensiero buddista, diffusa da 2500 anni in Asia meridionale e sudorientale, in particolare in Birmania, Cambogia, Laos, Sri Lanka e Tailandia, sia nell’ambiente monastico che laico.

L’utilizzo, da parte della medicina occidentale, di Mindfulness per la promozione della salute è invece un’acquisizione relativamente recente, iniziata negli anni ’70 negli Stati Uniti (vedi i protocolli Mindfulness based stress reduction).

Benchè l’origine della pratica mindfulness derivi dal pensiero buddista, non è necessario abbracciare la religione buddista per praticare lo sviluppo della consapevolezza. Essa è infatti una forma di meditazione non concettuale universalmente accessibile e non dipende da alcun sistema di credenze, né da alcuna ideologia.

Ma in cosa consiste praticamente Mindfulness?

Mindfulness è, nella pratica, una forma di meditazione, pertanto richiede tempo, energia, determinazione, fermezza e disciplina. Dal  punto di vista dei processi mentali essa si sostanzia nel prestare, nel momento presente, attenzione  a quattro elementi: il proprio corpo, le proprie percezioni sensoriali (fisiologiche, fisiche e psicologiche appartenenti agli ampi domini del piacevole, spiacevole, misto e neutro), le formazioni  mentali (ad es. la rabbia, il dolore o la compassione) e gli oggetti della mente (ogni formazione mentale ha un oggetto, si è arrabbiati con qualcuno e per qualcosa ecc…). L’osservazione di questi elementi della propria esperienza soggettiva avviene in uno stato di autentica calma non reattiva, nel quale si accetta ciò che viene osservato per quello che è, consentendo ai cambiamenti di avvenire naturalmente, senza ostacolarli né promuoverli ed evitando la solita resistenza o il solito giudizio che causano ulteriore sofferenza.

La meditazione del respiro

Il modo più efficace per cominciare a prestare questo tipo di attenzione è quello di osservare il proprio respiro, concentrandosi su di esso e rimanendo in osservazione di quello che accade mentre lo facciamo.  Indipendentemente dalle regioni corporee in cui si contestualizza il respiro, il compito mentale richiesto dalla mindfulness è quello di cercare e mantenere l’intensa consapevolezza delle sensazioni che accompagnano il respiro in quel particolare punto del corpo (narici, petto o pancia), momento dopo momento.

Quando, inevitabilmente, la mente tenderà ad allontanarsi dal qui e ora per focalizzarsi su pensieri lontani, nello spazio e nel tempo, mindfulness prevede che quei pensieri non vengano giudicati né inseguiti, ma che l’attenzione venga gentilmente riportata sul respiro.

In questo modo, si allena la mente ad essere più stabile e meno reattiva, e nello stesso tempo si impara ad accettare e coltivare ogni istante così come viene, accrescendo la propria capacità naturale di concentrazione.

L’esplorazione del corpo (body scan) 

Un altro modo per praticare mindfulness consiste nell’eseguire una rotazione sistematica della attenzione di consapevolezza nelle varie parti del corpo, con l’obiettivo di  “sentire” autenticamente ogni parte del corpo e soffermarsi su ciascuna di esse. La tecnica prende spunto da un’antichissima pratica yogica: lo yoga nidra. È un metodo che, se applicato in modo costante e sistematico, induce un completo rilassamento fisico, mentale ed emozionale.

Mindfulness può essere praticata da seduti (sitting meditation) oppure camminando (walking meditation). Come afferma Kabat-Zinn, la posizione che si assume per meditare “è un atteggiamento esterno che ci aiuta a coltivare un atteggiamento interno di dignità, pazienza e autoaccettazione” (1991, p. 62).

La meditazione da seduti consiste nell’assumere una posizione seduta dignitosa, su una sedia o un panchetto da meditazione o per terra aiutati da un cuscino.

La meditazione camminata (adatta alle persone particolarmente agitate, come preparazione a quella seduta) consiste nel coltivare l’osservazione interna e la consapevolezza delle sensazioni, mentre si cammina, concentrandosi su ciascun passo.

Un’ulteriore modalità con cui può essere praticata mindfulness è l’hatha yoga, una serie di esercizi fisici della tradizione yogica più attenta all’aspetto corporeo, a cui si accompagnano l’attenzione sul respiro e l’atteggiamento generale di accettazione di ciò che siamo, così come siamo, qui e ora. Gli esercizi di hatha yoga insegnano a raggiungere l’armonia e l’integrazione tra mente e corpo, così come tra se stessi e l’ambiente.

La pratica non strutturata

Lo scopo finale della pratica mindfulness è quello di generalizzare ed estendere questa particolare modalità di “porre attenzione” a tutte le situazioni e i contesti della vita quotidiana. Si potrà pertanto coltivare la consapevolezza quando si guarda, si ascolta, si pensa, si parla, si cucina, si mangia o si lavora, nei momenti facili e in quelli difficili. Si tratta, dunque, di una progressiva e stabile trasformazione del nostro modo di essere, dell’acquisizione di una nuova abitudine mentale. Anche mentre camminiamo possiamo praticare la consapevolezza, prestando attenzione e gioendo di ogni passo, piuttosto che avere la mente rivolta verso la meta da raggiungere. Fermarsi e connettersi con il momento presente è possibile quando si scrive una e-mail, si naviga sul web, si lavano i piatti o si stende il bucato. Anche in questo istante leggendo questa pagina.

A cosa e a chi serve Mindfulness? 

Mindfulness serve a chiunque desideri, in salute o in malattia, trascendere le proprie limitazioni e raggiungere un livello più alto di benessere psicofisico.

La pratica costante della mindfulness si è infatti dimostrata efficace nella riduzione dello stresse delle patologie ad esso correlate, nel sollievo di sintomi fisici connessi a malattie organiche e, in generale, nella promozione di profondi e positivi cambiamenti dell’atteggiamento, del comportamento e della percezione di sè stessi, degli altri e del mondo.

Tali cambiamenti sono ravvisabili in:

  • una maggiore capacità di padroneggiare le situazioni difficili della vita,
  • un maggiore potere di gestione dei conflitti e dei problemi ordinari e straordinari,
  • un incremento dell’accettazione e della pazienza nei confronti del proprio stato di malattia o delle proprie infermità psicologiche e fisiche,
  • una nuova capacità della mente di sostituire le emozioni distruttive, che portano ansia e depressione, con modi di essere più costruttivi, che promuovono l’equanimità, l’amore e la saggezza.

L’importanza del gruppo

E’ auspicabile, per coloro che meditano, poterlo fare anche all’interno di un gruppo o “sangha”. Sangha è una parola in sanscrito che significa “comunità spirituale” e rappresenta uno dei tre pilastri dell’insegnamento e della filosofia buddista.

Il sangha è costituito da persone che non solo meditano insieme durante gli incontri pianificati, ma si impegnano anche nella pratica non strutturata, coltivando la consapevolezza nella vita quotidiana, praticando la resistenza alla fretta, ai modi disfunzionali e non sani di vivere, vivendo profondamente ogni istante.

Il gruppo è importante per diverse ragioni: serve a mantenere l’ autodisciplina, facilita l’apprendimento,  incoraggia ad andare avanti nelle situazioni difficili o nei momenti di demotivazione, è fonte di ispirazione e speranza di miglioramento, e può sanare sentimenti di isolamento e separazione, alla base di molta della sofferenza nella nostra società.

Dal Sito: www.istitutobeck.com

La terapia EMDR: come funziona? un viaggio nella nostra mente




Con la terapia EMDR il soggetto accede a informazioni correttive e le collega alla memoria traumatica, attraverso piccole indicazioni da parte del terapeuta

La terapia EMDR è utile per il trattamento di disturbi causati da eventi stressanti o traumatici come il disturbo da stress post-traumatico. Essa sfrutta i movimenti oculari alternati per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, permettendo una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali.

Terapia EMDR: un’introduzione

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una tecnica psicoterapeutica ideata da Francine Shapiro nel 1989. Questa metodologia, utile per il trattamento di disturbi causati da eventi stressanti o traumatici come il disturbo da stress post-traumatico, sfrutta i movimenti oculari alternati, o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali.

Disturbo da stress post-traumatico e terapia EMDR

Il diturbo da stress post-traumatico (DSPT) si sviluppa in seguito all’esposizione del soggetto ad un evento traumatico nel quale la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore. Come riportato dal DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) l’evento traumatico viene rivissuto ripetutamente in diversi modi, ed il soggetto mette in atto un evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma. Si verificano inoltre alterazioni negative dell’umore o delle cognizioni, ed un’attenuazione della reattività generale, oltre che sintomi di aumentato arousal.

Shalev (2001) ha proposto che la complessità del disturbo possa essere meglio compresa come compresenza di diversi meccanismi, quali l’alterazione di processi neurobiologici, l’acquisizione di risposte condizionate di paura a stimoli correlati al trauma, e schemi cognitivi e di apprendimento sociale alterati.

La ricerca ha dimostrato che a seguito di un evento stressante c’è un’interruzione del normale modo di processare l’informazione da parte del cervello. Ciò include il fallimento nel creare una memoria coerente dell’esperienza, in quanto tutti gli aspetti di memoria, pensiero, sensazioni fisiche ed emotive dell’evento traumatico non riescono ad essere integrati con altre esperienze. La patologia in questi casi emerge a causa dell’immagazzinamento disfunzionale delle informazioni correlate all’evento traumatico, con il conseguente disturbo dell’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione. Questo provoca il ‘congelamento’ dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto; l’informazione congelata e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post-traumatico e altri disturbi psicologici.

I movimenti oculari saccadici e ritmici tipici della terapia EMDR, concomitanti con l’individuazione dell’immagine traumatica, delle convinzioni negative ad essa legate e del disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione, fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. In questo modo l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo non negativo.

Le tecniche EMDR, come la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma, seguono le teorie del processamento dell’informazione e si rivolgono alle memorie disturbanti individuali ed ai significati personali dell’evento traumatico e delle sue conseguenze, attivando la rete dei ricordi di paura attraverso la presentazione di informazioni che attivano elementi delle strutture della paura ed introducono informazioni correttive incompatibili con questi elementi.

L’esposizione immaginativa tipica della terapia cognitivo-comportamentale però guida l’individuo a rivivere ripetutamente l’esperienza traumatica il più vividamente possibile, senza prendere in causa altre memorie o associazioni; questo approccio è basato sulla teoria secondo cui l’ansia è causata dalla paura condizionata ed è rinforzata dall’evitamento.

Al contrario la terapia EMDR procede tramite catene di associazioni, collegate con stati che condividono gli elementi sensoriali, cognitivi o emotivi del trauma. Il metodo adottato non è di tipo direttivo; l’individuo è incoraggiato a ‘lasciare accadere qualsiasi cosa avvenga limitandosi a notarla‘ mentre le memorie liberamente associate entrano nella mente tramite l’esposizione immaginativa, in forma di brevi flash.

In accordo con le teorie del condizionamento classico, promuovere l’attenzione a informazioni correlate alla paura facilita l’attivazione, l’abituazione e la modificazione della struttura di paura.

Durante la terapia EMDR, i terapeuti spesso accedono solo a brevi dettagli della memoria traumatica, ed incoraggiano la distorsione o il distanziamento dell’immagine che, in accordo con le teorie tradizionali, dovrebbe esitare in un evitamento cognitivo. La terapia EMDR incoraggia tuttavia gli effetti distanzianti che sono considerati efficaci nel processamento della memoria piuttosto che nell’evitamento cognitivo. E’ forse per questo che i pazienti sottoposti a questo tipo di terapia cosiderano l’EMDR come meno confrontante e la tollerano meglio.

L’EMDR comprende il complesso delle risposte emotive che seguono un evento stressante analizzando stati affettivi, sensazioni fisiche, pensieri, emozioni e credenze contemporaneamente.

Il cambiamento cognitivo che la terapia EMDR evoca mostra che il soggetto può avere accesso a informazioni correttive e collegarle alla memoria traumatica e ad altre reti di memorie associate. Tutto ciò avviene con piccole, se non nulle, indicazioni da parte del terapeuta. L’integrazione del materiale positivo e negativo che avviene spontaneamente durante il processo di desensibilizzazione dell’EMDR somiglia all’assimilazione in strutture cognitive (in linea con la teoria del processamento adattivo dell’informazione), così come accade per le visioni del mondo, i valori, le credenze e l’autostima.

Il movimento oculare nella terapia EMDR

La componente del movimento oculare ha provocato molti dibattiti in quanto sembra essere la componente che differenzia la terapia EMDR dalla terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma e dai trattamenti basati sull’esposizione. Tuttavia, è stato suggerito che i movimenti oculari non siano necessari, portando a ricerche per verificare se altre stimolazioni bilaterali (uditive o tattili) o nessun movimento oculare producessero risultati equiparabili. Sulla base dei modelli di estinzione della paura, i movimenti oculari causerebbero distrazione ed una riduzione dell’abituazione.

Lee e Cuijpers (2013) hanno condotto una meta-analisi per determinare l’efficacia dei movimenti oculari quando vengono processate memorie emotive. I loro risultati supportano l’inclusione del movimento oculare sia per il trattamento in ambito clinico che nell’ambiente di laboratorio, dimostrando l’importanza della fedeltà al trattamento quando si utilizza l’EMDR. I vantaggi avvallati del compito aggiuntivo dei movimenti oculari nell’EMDR sono il distanziamento e la riduzione della vividezza e dell’emotività della memoria.

Sulla base della teoria per la quale i sintomi del disturbo da stress post-traumatico risultano da un fallimento del processamento di memorie episodiche, è stato suggerito che i movimenti oculari bilaterali possano facilitare l’interazione interemisferica, producendo un miglioramento nel processamento della memoria. La ricerca indica che il processamento della memoria episodica è bilaterale, mentre quello della memoria semantica viene condotto nell’emisfero cerebrale sinistro. Il movimento oculare orizzontale può rinforzare un aumento dell’attivazione di entrambi gli emisferi, migliorando in questo modo la comunicazione tra di essi e promuovendo il processamento dell’evento traumatico tramite la stimolazione della capacità di richiamo degli elementi che lo caratterizzano dalle memorie episodiche e semantiche.

Un altro modello teorico proposto è basato sulla teoria del movimento oculare rapido (REM) durante il sonno. La ricerca suggerisce che l’integrazione tra memorie episodiche e semantiche avvenga durate il sonno. La ricerca, facendo utilizzo di tecniche di neuroimaging, ha dimostrato l’esistenza di regioni cerebrali specifiche affette dalla ristimolazione di memorie traumatiche nel DSPT; queste sono le stesse regioni attivate nella fase REM del sonno. I movimenti oculari bilaterali ripetuti attivano il tronco cerebrale in uno stato di sonno REM, supportando così l’integrazione della memoria e la riduzione dei sintomi del DSPT.

La stessa stimolazione ripetitiva bilaterale che riorienta l’attenzione da un lato all’altro è alla base, secondo alcuni autori, dell’attivarzione di un meccanismo neurologico simile al sonno REM tramite una risposta di orientamento; l’attivazione di questi mecanismi sposta il cervello in una modalità di processamento della memoria simile al sonno REM, permettendo l’integrazione delle memorie traumatiche. E’ stato anche proposto che i movimenti oculari inneschino la risposta di orientamento attivando un riflesso investigatorio che si presenta primariamente come una risposta di allarme ed in secondo luogo come una pausa riflessiva, che produce una riduzione dell’arousal se non c’è una reale minaccia. Questa risposta riflessa produce un aumento dell’allerta, la quale favorisce i comportamenti esploratori quando i processi cognitivi diventano meno flessibili ed efficienti, permettendo alla memoria traumatica di essere integrata.

Secondo alcuni autori inoltre i movimenti oculari creerebbero una risposta di rilassamento, facilitando il riprocessamento della memoria tramite la riduzione del distress.

Memoria, memoria di lavoro e terapia EMDR

Seguendo la teoria della memoria di lavoro, è stato ipotizzato che gli effetti positivi della terapia EMDR possano risultare dal fatto che i movimenti oculari creano un doppio compito di attenzione. In linea con il modello di memoria di lavoro proposto da Baddeley, quest’ultima possiede una capacità limitata. Quando l’attenzione deve essere suddivisa tra più stimoli, come avviene nel caso del doppio compito di attenzione, la qualità dell’immagine traumatica si deteriora, con il risultato che essa viene portata al di fuori della memoria di lavoro ed integrata nella memoria a lungo termine (semantica), dove la vividezza e l’emotività sono ridotte. Il doppio compito di tenere l’emozione in mente mentre ci si focalizza sui movimenti oculari bilaterali può quindi interrompere l’immagazzinamento delle memorie traumatiche, ridurre la qualità episodica della memoria e quindi ridurre i sintomi del DSPT.

Un’esplorazione più specifica di Gunter e Bodner (2008) ha rilevato che le memorie tenute nel taccuino visuospaziale (un sottosistema della memoria di lavoro) si riducono in vividezza quando i movimenti oculari esauriscono le risorse di processamento. La ricerca ha mostrato che una riduzione della vividezza della memoria, dovuta ai movimenti oculari, può portare ad un conseguente decremento dell’emotività che circonda la memoria e ad una corrispondente riduzione dei dintomi del DSPT.

Lansing et al. (2005) hanno condotto studi di neuroimaging su agenti di polizia che avevano sviluppato il DSPT in seguito al coinvolgimento in sparatorie, sottoposti a sessioni di terapia EMDR. I risultati della SPECT (tomografia computerizzata a emissione di singoli fotoni) hanno rilevato una riduzione dell’attivazione nel lobo parietale sinistro, area associativa, e nel pulvinar destro, nucleo talamico associativo che aiuta a regolare i circuiti corticali; queste deattivazioni possono essere implicate nell’attenuazione della rete neurale delle memorie traumatiche. L’analisi dei dati ha mostrato inoltre una maggiore attivazione in aree prefrontali sinistre che sono solitamente ipoattivate nei soggetti con DSPT, ed un’attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale, associata con un miglioramento dei sintomi, in particolare di tipo depressivo.

Effetti neurobiologici della terapia EMDR

Una ricerca condotta da Pagani et al. (2012) ha permesso di monitorare l’attività cerebrale tramite EEG durante le sedute di terapia EMDR in pazienti con DSPT, paragonati a soggetti di controllo. A seguito di una terapia che ha riscontrato successo, il principale risultato neurobiologico dello studio è stato lo spostamento dell’attivazione corticale massima, sia durante l’ascolto del racconto autobiografico del trauma che durante la stimolazione oculare bilaterale, dalle regioni prefrontali e limbiche alle corteccie fusiforme e visiva, durante il corso della terapia. La comparazione con i soggetti di controllo ha mostrato come il rivivere l’evento traumatico causasse nei pazienti un’attivazione limbica bilaterale significativamente maggiore durante il racconto, ed una maggiore attivazione limbica orientata verso sinistra durante la stimolazione oculare bilaterale. Questo dato potrebbe essere correlato al tentativo guidato di codificare materiale emotivo non elaborato durante la stimolazione oculare, attivando preferenzialmente la corteccia prefrontale rostrale sinistra. L’attivazione della corteccia prefrontale rostrale durante la stimolazione oculare è risultata essere maggiore anche considerando i pazienti nella prima fase della terapia, in confronto con gli stessi soggetti valutati a fine terapia.

L’attivazione prefrontale è associata con la valutazione di materiale generato da sé stessi, essendo la corteccia cingolata anteriore il punto di integrazione di informazioni emotive coinvolte nella regolazione degli affetti, oltre che il substrato dell’esperienza conscia emotiva che monitora le informazioni con conseguenze sul piano affettivo. La corteccia prefrontale rostrale, in quanto parte del sistema limbico, è coinvolta in processi che riguardano il valore emotivo delle informazioni in arrivo, ed è criticamente implicata in funzioni alterate nella risposta psichica al trauma. Per di più, il recupero della memoria episodica attiva la corteccia prefrontale, ed è stata descritta una stretta relazione tra la memoria autobiografica/episodica, il sé ed il coinvolgimento della corteccia prefrontale. E’ stata dimostrata anche un’attivazione di tale regione durante la soppressione di memorie indesiderate, e durante il richiamo del trauma prima della terapia EMDR.

Un rilevante effetto neurobiologico della terapia EMDR nei pazienti è rappresentato dall’aumento significativo, in seguito al trattamento, del segnale elettroencefalografico nel giro fusiforme, così come nella corteccia visiva destra, confrontato con il segnale registrato ad inizio terapia. Questi cambiamenti suggeriscono un migliore processamento cognitivo e sensoriale (visivo) dell’evento traumatico durante il ricordo autobiografico, in seguito al successo della terapia EMDR, con un’attivazione preferenziale che si muove dalla corteccia emotiva fronto-limbica verso la corteccia associativa temporo-occipitale. Una volta che il mantenimento della memoria dell’evento traumatico può spostarsi da uno stato implicito subcorticale ad uno esplicito, differenti regioni corticali partecipano al processamento dell’esperienza. D’altra parte il giro fusiforme è implicato nella rappresentazione esplicita di facce, parole e pensieri astratti, e la sua prevalente attivazione dopo la terapia EMDR potrebbe essere associata con l’elaborazione, ad un livello cognitivo più alto, di immagini correlate all’evento. Il giro fusiforme ha mostrato una maggiore attivazione anche durante la stimolazione oculare bilaterale alla fine della terapia, rispetto all’inizio della stessa.

Nei pazienti è stata trovata una chiara lateralizzazione verso l’emisfero sinistro durante la stimolazione oculare, e verso l’emisfero destro durante la lettura del racconto autobiografico. In accordo con la teoria dell’asimmetria emozionale l’emisfero destro è dominante sul sinistro per l’espressione e la percezione emotive. Oltretutto, entrambi gli emisferi funzionano come una sorta di unità funzionale e l’attivazione aumentata in uno di essi determina un’inibizione di quello controlaterale. L’attivazione prominente trovata durante la stimolazione oculare bilaterale alla fine della terapia nelle aree di associazione nell’emisfero sinistro potrebbe quindi corrispondere ad un processamento cognitivo delle memorie traumatiche che sta raggiungendo lo stato esplicito dopo la terapia EMDR portata a termine con successo, associata ad un significativo contenimento delle esperienze emotive negative.

L’emisfero sinistro gioca anche un importante ruolo nell’esplicazione delle emozioni, ed è stata inoltre dimostrata l’attivazione del giro fusiforme durante compiti che implicano la memoria episodica ed il recupero della memoria associata al controllo attentivo.

Terapia EMDR con ansia e depressione

Una recente meta-analisi (Chen et al., 2014) si è occupata di indagare gli effetti della tecnica EMDR in 26 di studi, effettuati tra Gennaio 1993 e Dicembre 2013, che hanno utilizzato l’EMDR per il trattamento del disturbo da stress post traumatico, in comparazione ad altri tipi di terapie. La meta-analisi ha rilevato un effetto moderato della terapia EMDR per il disturbo da stress post-traumatico, la depressione (spesso in comorbidità con tale disturbo) e l’ansia (sperimentata dai pazienti con DSPT quando devono affrontare lo stress), ed un effetto ampio dell’EMDR sulla percezione soggettiva di distress. Questi risultati suggeriscono che l’EMDR può migliorare la consapevolezza nei pazienti, cambiare le loro credenze e i loro comportamenti, ridurre l’ansia e la depressione, e condurre a emozioni positive.

I pazienti con disturbo da stress post-traumatico non possono gestire appropriatamente le loro esperienze negative e le loro memorie. La terapia EMDR permette ai pazienti di creare connessioni adattive per integrare le esperienze negative con emozioni ed i pensieri positivi, migliorando i sintomi del disturbo.

Un’analisi dei sottogruppi in questo studio ha permesso di individuare come un trattamento della durata di 60 minuti a sessione sia maggiormente efficace rispetto a trattamenti di più breve durata, riducendo significativamente sia l’ansia che la depressione. I pazienti hanno inoltre mostrato una maggiore riduzione dei sintomi quando il trattamento era effettuato da parte di terapeuti con esperienza nella terapia di gruppo del disturbo da stress post-traumatico, comparati a coloro che sono stati trattati da terapeuti senza una tale esperienza.

Le ricerche sinora condotte hanno permesso di individuare varie modificazioni delle strutture neurali che si verificano in seguito alla terapia EMDR, e ciò ha permesso di sviluppare diverse teorie sul suo funzionamento, le quali forniscono un supporto ancora maggiore all’utilizzo di tali tecniche, la cui validità è stata più volte valutata e provata in studi di efficacia terapeutica. Ciò nonostante, i processi chiave che sottostanno ai meccanismi dell’EMDR sono complessi, in linea con la struttura del trattamento, che coinvolge componenti di mindfulness, ristrutturazione cognitiva, esposizione alla memoria, e senso di padronanza personale. Saranno necessarie dunque ulteriori ricerche, che permettano di chiarire sempre meglio i meccanismi di funzionamento, nelle diverse circostanze e considerando l’applicazione a diversi tipi di disturbo, di questa tecnica terapeutica all’avanguardia.

Dal sito: www.stateofmind.it

I GRUPPI DI AUTO MUTUO AIUTO: COSA SONO E PER COSA SONO INDICATI.





I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto sono un’ottima metodologia di trattamento utile per affrontare particolari situazioni di disagio.

I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto si svolgono secondo il seguente principio: “Tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo”. L’Auto Mutuo Aiuto, infatti, si basa sull’idea della mutualità, dello scambio reciproco di aiuto, dell’impegnarsi per se stessi e per l’altro, di un sostegno reciproco attivato fra persone che vivono una stessa situazione di vita.

I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto incarnano l’ideologia dell’empowerment individuale e sociale, ovvero quel processo attraverso il quale gli individui diventano attivi protagonisti della propria vita, esercitando su di essa il giusto controllo. Il processo di empowerment racchiude al suo interno fattori psicologici molto importanti che spaziano dall’incremento del senso di self-efficacy sino all’assunzione di responsabilità a favore del proprio processo di cambiamento. Risultati ultimi sono proprio: la valorizzazione di se stessi in quanto soggetti attivi; ed il riconoscimento dell’altro in quanto interlocutore degno di competenze e fiducia.

Ma quale definizione per i Gruppi di Auto Mutuo Aiuto?

In letteratura la definizione maggiormente conosciuta ed accettata è quella di Kats e Bendersecondo i quali i gruppi di auto mutuo aiuto sono “Strutture di piccolo gruppo, a base volontaria, finalizzate al mutuo aiuto ed al raggiungimento di particolari scopi. Essi sono di solito costituiti da pari che si uniscono per assicurarsi reciproca assistenza nel soddisfare bisogni comuni, per superare un comune handicap o un problema di vita, oppure per impegnarsi a produrre desiderati cambiamenti personali e sociali. I gruppi di self-help enfatizzano le interazioni sociali faccia a faccia e il senso di responsabilità personale dei membri. Essi spesso assicurano assistenza materiale e sostegno emotivo; tuttavia, altrettanto spesso appaiono orientati verso una qualche “causa”, proponendo una “ideologia” o dei valori sulla base dei quali i membri possano acquisire o potenziare il proprio senso di identità personale” .

Quali le caratteristiche fondamentali dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto?

I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto sono caratterizzati dall’interazione faccia a faccia; e quindi dall’importanza del contatto diretto e della partecipazione personale, costante e condivisa tra i partecipanti. Questi ultimi, difatti, condividono particolari esperienze e con la propria partecipazione personale si impegnano per determinati scopi.

Quale è la funzione principale dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto?

La funzione principale dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto è quella di  fornire aiuto e sostegno ai vari membri del gruppo in relazione al fronteggiamento delle loro situazioni problematiche ed al miglioramento delle loro competenze. La fonte di aiuto principale risiede, quindi, negli sforzi e nelle abilità dei vari membri posti in relazione paritaria. I membri vivono al contempo una duplice condizione: ricevono e offrono aiuto valorizzando quel tipo particolare di conoscenza che scaturisce dall’aver vissuto in prima persona la condizione problematica su stessi. Offrendo il loro aiuto agli altri si accresce la propria competenza interpersonale ed il senso della propria autoefficacia, ci si sente meno dipendenti e meno soli. Ricevendo aiuto dagli altri membri si è stimolati ad accrescere le proprie capacità di problem solving e di coping, in quanto si ha la possibilità di osservare le proprie situazioni problematiche da punti di vista differenti.

Perché i Gruppi di Auto Mutuo Aiuto sono efficaci?

I gruppi di Auto Mutuo Aiuto sono efficaci in quanto permettono al singolo membro di informarsisu ciò che più gli interessa in merito alla propria situazione problematica; consentono al singolo partecipante di apprendere un’alternativa modalità di fronteggiamento da altre persone, che fungono da modello in quanto  hanno vissuto esperienze simili; infine per l’ “aiutare gli altri”, quindi fornire agli altri sostegno emotivo ed attraverso il proprio comportamento pro sociale giungere ad una identità positiva e migliorare la propria autostima.

Per cosa sono indicati i Gruppi di Auto Mutuo Aiuto?

Gli ambiti di applicazione sono molteplici: dall’ansia alla depressione, dagli attacchi di panico alle patologie psichiatriche, dalle patologie fisiche alle situazioni di handicap ed ai gruppi per familiari di persone che vivono un disagio, dal vivere situazioni di vita particolari come per esempio il divorzio e la separazione, al mobbing ed all’elaborazione del lutto.

I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, pur non essendo dei gruppi psicoterapeutici, rappresentano una valida metodologia di aiuto e supporto. Per le forme di disagio particolarmente gravi è indicato il seguire un gruppo di auto mutuo aiuto ma contemporaneamente intraprendere un percorso psicoterapeutico. Nel territorio ne sono presenti molteplici, sia condotti da operatori Esperti della Salute Mentale sia da Facilitatori pari inter pares.

Dal Sito: www.psicologicamenteok.com


Se vuoi conoscere i gruppi 
Auto-Mutuo-Aiuto Insieme Onlus 
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